Autore: Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Tremate tremate. La scelta dell’abito s’ha da fare

Benché non sia questo un periodo troppo gettonato dai futuri sposini per convolare a nozze, va comunque bene portarsi avanti con il lavoro e illustrare, ai coraggiosi alle prese con la scelta dell’abito nuziale, alcuni consigli da tenere bene a mente se si vuole varcare la soglia della chiesa senza che i propri neuroni decidano di andare in ferie.
Allora, voi che avete preso questa decisione di comprare l’abito con la A maiuscola, avete tutta la mia stima. Ma facciamo le dovute distinzioni in fase “ricerca abito”.
Eccolo lì, l’esemplare umanoide maschio, tranquillo, cacio cacio, entrare in un atelier che ha scelto a caso. A quindici giorni dal matrimonio. Saluta la commessa e sbiascica parole incomprensibili a noi umani. Sembra quasi sotto shock. Ha la fascia a lutto. Ma vorrebbe un vestito da cerimonia. La sua, purtroppo per lui. La commessa gli mostra trecentoquattordici tipi di tessuti. Una quantità infinita di blu e neri. Cappello, mazza e bastoni. Scarpe di ogni sorta. Niente lo smuove. L’esemplare umanoide maschio non pensava neppure che esistessero tante sfumature di blu. Sempre sbiascicando qualcosa, alla fine, dopo venti minuti di parole, esce dal negozio stringendo tra le mani la custodia che contiene il vestito, dell’unico blu che conosceva, camicia bianca immacolata, scarpe tranquille e si è persino tolto la fascia a lutto. Tempo totale dell’operazione, incluso lo sbiascicamento delle parole: 30 minuti. Well done!

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Cambiamenti modaioli in itinere. Evoluzione (s)fashion

Fatevi avanti. Anche voi, come me, volete nascondere nell’armadio più recondito della vostra memoria le fotografie che inesorabilmente sono la prova provata che avete fatto scelte modaiole da buttare nel dimenticatoio. Io, lo ammetto, ho attraversato diverse fasi e, ahimè, alcune sono talmente imbarazzanti tali da richiedere un lavoro di collage degno di Art Attack di Muciaccia nel sostituire la propria faccia con quella della nostra peggior nemica. Foto modificate e reputazione salvata. Mettetevi comode e siate partecipi della mia evoluzione (s)fashion.

Essendo nata negli anni Ottanta ho pensato di aver avuto la fortuna di sfuggire a spalline imbarazzanti modello Goldrake e ciuffo ad alta prestazione con annessa licenza di perforare il buco nell’ozono grazie all’uso smoderato di lacca. Mi sbagliavo. Il peggio doveva ancora venire.

https://betoimpress.com/2016/08/28/le-tendenze-autunno-inverno-2016-2017/

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Il cliente tipo cafoncello e annessa ode alle commesse e ai commessi.

Raccogliamoci e stringiamoci insieme. Un minuto di silenzio per le commesse e i commessi di tutto il mondo nella snervante versione saldi. Questa categoria di lavoratori è spesso sottostimata e poco apprezzata e, soprattutto nel periodo dei saldi, dà prova di assumere superpoteri cosmici al quadrato. Al primo posto quello di avere una pazienza smisurata con i clienti, perfino quelli arroganti.

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Ma perché le commesse e i commessi devono godere della nostra stima e del nostro rispetto? Per capire, provate a leggere cosa devono sopportare, soprattutto con il cliente tipo cafoncello.

  1. Quando il cliente tipo cafoncello varca trionfalmente la soglia del negozio è inspiegabilmente rapito dai cartellini che segnalano i capi in saldo. Intorno a sé ha il vuoto cosmico. Attiva i suoi ineguagliabili raggi X e capta i cartellini che hanno uno sconto non inferiore al 50%. Questo tipo di cliente, tanto è impegnato nella sua caccia, che non presta neppure attenzione al fatto che per entrare in negozio ha pestato, in ordine, la coda del cane, il piede della nonna e la gonna lunga della ragazza che ha avuto la sua stessa foga nell’entrare in store. Figuriamoci se sente la vocina della commessa che educatamente saluta qualsiasi persona entri. Il cliente tipo cafoncello ignora qualsiasi codice di saluto. La commessa inizia a conservare e riempire le sue tasche dei primi vaffa. Ma non li distribuisce. È troppo presto.
  2. Vaga che vaga tra abiti scontati, il cliente tipo cafoncello afferra la qualunque, facendo cadere la qualunque. Un Attila che miete vittime. Così, incurante, lascia cadere abiti e co. facendo finta di non vederli e, i più professional in tale pratica, li calpestano anche. La commessa segue la rovinosa scia per raccogliere, piegare e sistemare quello che il cliente scortese non ha avuto l’accortezza di raccogliere. Vuoi mica che gli venga il mal di schiena o, peggio, un colpo apoplettico. La commessa ha già la prima tasca piena di vaffa.
  3. Il cliente tipo cafoncello, non trovando ciò che gli interessa, pensa bene di metter mano anche alla vetrina dove ha trovato la camicia della sua taglia, smontando manichini incurante dello sguardo attento della commessa. Questa, dal canto suo, si limita a fare un sorrisino tirato continuando la sua collezione di vaffa.
  4. cliente poco attento chiede, dalle duecento alle trecento volte se va bene, se il capo in questione è in saldo. Dopo che codesto è stato evidenziato con insegne luminose di ogni sorta, milletrecento cartellini con le percentuali di sconto e fuochi di segnalazione. La commessa paziente conserva in tasca altri vaffa.
  5. Il momento dei camerini è quello più topico. Quello in cui il cliente tipo dà il meglio di sé. Per due ragioni. La prima: non so se ci avete fatto mai caso, ma davanti all’entrata di alcuni camerini, generalmente sulla parete, vi è un aggeggio che, se vi avvicinate troppo con gli abiti che dovete provare, suona. Con una certa insistenza, anche. Bene, fin qui. Dopo che la commessa di turno ragguaglia il gentil cliente di non avvicinarsi troppo altrimenti. …bip bip bip, e dopo che l’ha ripetuto a profusione praticamente a tutti nel raggio di un chilometro, ecco che c’è sempre qualcuno che ha bisogno di ripetizioni. Bip bip bip bip. Altro giro altra corsa. Altri vaffa in saccoccia.La seconda: l’entrata in camerino è quella, se io fossi commessa, che mi manderebbe maggiormente in bestia. Diventerei Hulk. Un po’ bassina. Ma comunque verde. Tu, cliente tipo cafoncello, se vedi il cartello che indica che al massimo puoi provare QUATTRO capi, perché arrivi con tutto il piano inferiore di merce da provare? Allora, con pazienza, la commessa esausta ti raccomanda di provare quattro capi alla volta. QUATTRO. E le tasche ormai sono piene. Tu, cliente tipo cafoncello, entri in camerino, ma solo dopo aver fatto una coda chilometrica perché i gentil clienti come te impiegano tanto tempo nel provare una gonna o un pantalone chiedendo il parere di, nell’ordine, mamma, papà, fratello, fidanzato, vicino di casa, edicolante di fiducia e operaio dell’ autostrada. Provi i tuoi capi e, non soddisfatto della mise, pensi bene di lasciare tutto in camerino su una pila di vestiti che altri clienti educati hanno contribuito a creare. Ma bastava semplicemente leggere il cartello che incitava a riporre, in un angolo dedicato, i vestiti provati e da non acquistare. A questo punto la commessa, viste le sue tasche già strabordanti, deve distribuire i suoi vaffa anche nelle tasche di altre commesse. Ne ha troppi. Quel che è giusto è giusto.
  6. Concludiamo con il non plus ultra. Il momento del pagamento in cassa. Il cliente tipo cafoncello, non soddisfatto del 92,5% di sconto applicato sul capo di suo interesse, chiede se è possibile averne un ulteriore. Così, la commessa, stanca di tutto, in tono laconico, si arrende e libera le sue tasche.

Morale della favola: stima infinita per questa categoria di lavoratori.

Foto e video: Vita da commessa

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Alone sfacciatus

“Chi non muore si rivede” recita un famoso detto. Allo stesso modo, i problemi di noi dedite al litigio costante con le stagioni in fatto di abbigliamento. Così, se durante il mese di marzo e di aprile, abbiamo dovuto risolvere il problema esistenziale di come vestirci per contrastare i cambiamenti repentini in fase mestruale del clima, adesso, nel mese di giugno, siamo tutte d’accordo e coese nel dire di essere consapevoli dello stato in cui verseremo a fine giornata.

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Il fascino poco segreto del baffo

Alzi la mano chi, al semaforo rosso, non ha mai volto lo sguardo allo specchietto della propria auto e ne sia rimasta pietrificata e inorridita nel vedere un peletto nero (o bianco, a prova di infarto) spuntare come la spina di un cactus sul mento. Io la alzo. Anzi, alzo entrambe le mani. E anche una gamba. Due gambe, se sono allenata e seduta. La abbassi, gentilmente, chi ha fatto questa scoperta durante la guida. La sicurezza prima di tutto. E cosa succede dopo? Nella migliore delle ipotesi, dopo che il verde del semaforo ci ha riportato alla dura realtà, iniziamo a realizzare che, a meno che la nostra borsa non sia fornita quanto quella di una estetista, dobbiamo assolutamente correre ai ripari magari senza l’utilizzo delle pinzette. Ce ne facciamo una ragione.

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Le più fortunate (o le più organizzate) troveranno, quasi per magia, un paio di pinzette nel cruscotto. Poco importa se sono arrugginite. Meglio un’infezione che girare con quel coso sul mento.

Le meno organizzate, invece, cercheranno di ingegnarsi pensando ai diversi modi per passare inosservate e nascondere il simbolo della vergogna. Ma poi, diciamocelo, chi possiede una vista così bionica, quasi da far invidia al miglior supereroe della Marvel, tale da notare a mille miglia di distanza il nostro peletto? Eppure noi siamo convinte che tutti lo noteranno, anche il lavavetri appeso alle finestre di quel palazzo al quindicesimo piano. E che diffonderà la notizia con la stessa rapidità con la quale i bacilli dell’influenza si diffondono nell’aria.

Credits: linnguaggidellarte.altervista.org

Dicevamo, se non siamo riuscite a trovare una pinzetta, (neanche la nostra vicina di scrivania sembra possederne una vista la coroncina pelosetta che orgogliosamente fa capolino dal suo labbro superiore) pensiamo che sia giunta ora di mettere in pratica i numerosi consigli imparati dalle puntate di Macgyver. Se ci riesce lui, possiamo farcela anche noi, pensiamo senza tener minimamente conto di quella cosa chiamata “effetti speciali”. Andiamo quindi alla ricerca dei più disparati oggetti per costruire una pinzetta di salvataggio. Rischiando di scartavetrarci metà viso e di cancellare i dermatoglifi delle falangi delle dita delle nostre mani con i rudimentali strumenti trovati nei cassetti della nostra scrivania. Non ci azzardiamo neppure a ravanare in quelli della nostra vicina. Abbiamo già appurato che i baffetti sono l’ultimo dei suoi problemi. Tuttavia, accertato il fallimentare esito della nostra prova di sopravvivenza o di coraggio qual dir si voglia, degna di quelle dell’Isola dei Famosi in trasferta a Barletta, dobbiamo ammettere con grande rammarico che Macgyver ha vinto e noi abbiamo perso. Forse è meglio rivedere con maggiore attenzione le puntate. Basta, quindi, con La signora in giallo che ormai abbiamo imparato a menadito. Ridateci Macgyver!

Il passo successivo è, pertanto, arrendersi alla realtà e sperare che nessuno ci noti in quella che, forse esageratamente, ci sembra una giornata interminabile. Inizia, a questo punto, la messa in pratica delle più assurde scuse in modo da evitare che qualcuno possa anche solo posare il proprio sguardo sul coso incriminato. Ma ecco che una serie di tragedie è lì ad attenderci a braccia aperte. Altro che venerdì 17. Ci fa un baffo! (Giusto per rimanere in tema). Il collega bello ci invita, per la prima volta (chiamasi questa sfortuna) a” sgranocchiare qualcosa con lui” (sue parole) nella pausa pranzo. In qualsiasi altro giorno non ci saremo mai e poi mai azzardate a declinare un suo invito. Siamo timide ma non stupide. Uno scarafaggio, ma non ne sono completamente convinta, forse l’avrebbe fatto. Noi no. Eppure, a causa del coso, anche noi diventiamo scarafaggio e additiamo come scusa che la nostra pianta è sul punto di morte e che non possiamo esimerci da fare un salto a casa durante la pausa per bagnarla. Lui, bello ma non stupido, si guarderà bene dal farci un altro invito. #Mannaggia.

È poi il turno del cliente che è da due mesi che ha fissato con noi un appuntamento. Proviamo a fingere, per una buona mezzora, una dissenteria fulminante. Di quelle che si salvi chi può: il bagno è mio. E il bagno, difatti, diventa il nostro rifugio. Ma, per l’appunto, per poco, visto che siamo richiamate a ricomporci e a inghiottire un Imodium, il quale prendiamo senza fare una piega, sperando che non abbia su di noi effetti devastanti. Vuoi mica fare vedere che è da una settimana che il tuo intestino ha deciso di andare in letargo. E, per concludere in bellezza, passa in ufficio, con la stessa probabilità che avresti avuto di incontrare Brad Pitt al supermercato sfigatello sotto casa, una rappresentante Avon (la quale scopri poi che è stata chiamata dalla tua vicina di scrivania in pausa pranzo, alla faccia della non curanza dei peletti e co.) che le illustra alcuni prodotti per la depilazione e ti rivolge uno sguardo che più disprezzo non potevi ricevere. Uno schiaffo avrebbe fatto meno male.

E tu, che ormai ne hai avuto abbastanza, ti volti verso di lei e le dici “Donna baffuta sempre piaciuta!”.

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La valigetta dell’ispettore Gadget nel regno dei Puffi

Non so se anche a voi sia mai capitato quello che sto per scrivervi ma, personalmente, a me succede spesso. E, se proprio non sono “una su mille” (che in questo caso non ce la fa, scusa Morandi per lo storpiamento) questo piccolo inconveniente che sto per raccontare capita un po’ a tutte. Questa è la situazione. Mattina. Sono un po’ di fretta. Ma decido di mettere comunque lo smalto. Ognuno ha le sue problematicità. La mia è quella di non sapere ancora che alcuni momenti beauty vanno vissuti con calma. Comunque, mi dico, niente di più facile. Non devo preparare una conferenza all’Onu. Né, tanto meno, trasformare i miei capelli ricci in qualcosa che sia vagamente presentabile. Cosa, questa, di gran lunga più complicata. Ma passiamo oltre. Mi accingo allora a scegliere lo smalto. La mia stanza, a differenza di quelle delle beauty bloggers, non ha scaffali su cui ergono trionfalmente boccettine colorate. Magari in ordine di codice a barre. I miei smalti, quando non hanno cambiato colore, quando non hanno deciso di seccarsi, quando non hanno reso la loro apertura degna di una chiamata al fratello/papà di turno armati di flessibile, sono pochi e timidi timidi, poverini. Li conservo, infatti, in una scatola trasparente. Una sorta di valigettina da ispettore Gadget nel regno dei Puffi che a volte dimentico persino di avere. È, difatti, quasi sepolta dalle riviste di moda che conservo gelosamente, della serie “guai a fare le orecchie alle pagine altrimenti prendo il ferro da stiro”. Comunque, quando sfortunatamente mi rendo conto di possedere la valigettina degli smalti di Puffetta, mi travesto da pittrice. Ma di quelle che il pennellino lo utilizzano come se stessero tenendo in mano il Pennello Cinghiale (avete presente quello della pubblicità di molti anni fa? Se non avete presente significa che io sono troppo vecchia. O voi troppo giovani. Magra consolazione).

Credits: Donna Moderna

Inizio a stendere lo smalto come se stessi gettando calce. Anche se, nella mia mente, sono delicata e leggiadra come un alito di vento. Eccomi, quindi, alle prese con le cinque dita della mano sinistra. È più facile per me essendo destrorsa. Ma i primi sgorbi non tardano ad arrivare. Allora tolgo tutto con quello che una volta era l’acetone. Per me lo è ancora. Ma forse, penso, dovrei usare l’acquaragia. Ora, invece, per evitare di scartavetrarsi parte delle unghie si usano prodotti meno invasivi che, ovviamente, io ho snobbato alacremente. Quando penso di aver terminato con la mano sinistra, inizio con la destra. E qui, ragazzi, i giochi si complicano. Diciamocelo, chi mi vede impegnata in questa attività non può avere stima nelle mie capacità beauty. Sono la regina del contorsionismo.

Comunque, alla fine, quando penso di avercela fatta, ecco il patatrac. Impavida come un cavaliere che deve liberare la sua pulzella nella torre, decido di fare una seconda passata. Se, durante la prima, sembrava che io stessi usando cazzuola e calce, ora, invece, la posa del cemento ha il suo momento di gloria. Peccato, però, che ho creato uno strato che non si asciugherà neppure con la bora di Trieste. Tolgo allora lo smalto. Operazione, questa, che presenta le sue difficoltà, visto che rischio di toglierlo anche su quelle due uniche dita che io, con poca modestia, ritengo che non siano proprio venute un pasticcio cosmico. Quando riapplico lo smalto per l’ennesima volta e lo faccio asciugare senza toccare nulla per minuti che sembrano ore, vagando per casa agitando le mani ritmicamente e facendole svolazzare in aria (a mo’ di bambina travestita da fatina dei boschi) decido di vestirmi. E lo faccio cercando comunque di fare movimenti lenti degni di Catherine Zeta Jones in Entrapment ed ecco che mi ritrovo, nonostante gli sforzi, smalto sui capelli, sella pelle di alcune dita e sui vestiti. Qui, non stendiamo un velo pietoso, ma un piumone che è meglio.

Credits: Donna fan page

Dopo aver pensato che non si può essere belle, brave, intelligenti, simpatiche e saper applicare lo smalto, dico che è arrivata l’ora di togliere tutto. Se quel giorno sono particolarmente puntigliosa, decido di ritentare la difficile missione la sera stessa. Rifaccio tutto da capo. Questa volta, però, l’ho applicato stranamente bene. È asciugato. Sottopongo lo smalto steso a vere prove di sopravvivenza. Manco fossi Bear Grylls. Non si scheggia. È lucido. Quasi mi ci posso specchiare. Sono una professionista, mi dico allora tronfia e rincuorata per quelle che sono le mie capacità. Fino a quando non mi sveglio la mattina e vedo l’intera trama delle lenzuola tatuate sulle unghie. Il lucido ha lasciato il posto ad un opaco tutto zigrinato che mi ha persino trasformato la forma delle unghie. E allora decido di ritirare la valigetta dell’ispettore Gadget sperando di dimenticarla ancora per molto, lì, sepolta tra le varie riviste di moda. O, mi dico, la spedirò nel mondo dei Puffi con su scritto: “For Puffetta with love”.

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Sei cipolla o carciofo? Meglio topinambur

Tutti sono preparati all’arrivo del mese di marzo. Tutti, forse, tranne me. La rapidità con la quale le condizioni atmosferiche ti fanno vivere l’entusiasmante se non fantasmagorica esperienza surreale di mutare paesaggio e ambiente naturale senza neppure muoverti dal tuo paesello, non ha prezzo.

Marzo non è pazzerello. È squilibrato. Furioso, come l’Orlando. Basta un non niente che ti ritrovi a letto con la febbre, il naso colante e annessa montagna di fazzoletti che fanno da cuscini al tuo divano.

Ammettetelo: anche voi associate il mese di marzo alla domanda esistenziale del secolo, quella che ancora non ha avuto risposta e forse mai ce l’avrà (mettiamoci il cuore in pace): “Come cavolo dobbiamo vestirci a marzo?” Niente niente che Nostradamus, tra le varie profezie, abbia fornito la soluzione al nostro (mio sicuramente) dilemma?

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La questione, comunque, pare dibattuta e avere teorie diverse. Io, personalmente, vedo due scuole di pensiero. Da una parte la prima scuola, quella formata da ragazze/donne che preferiscono vestirsi a cipolla. Dall’altra parte, invece, la seconda scuola alla quale appartengono le ragazze/donne che optano per la modalità a carciofo. Oh, pardon, alcachiofa (in spagnolo è più fashion). Io, sfortunatamente, appartengo alla seconda scuola, i cui effetti sono tutt’altro che benefici. Ma ci sto lavorando.

Ebbene sì, la modalità a cipolla, conosciuta dai più come “a strati” ha , infatti, un numero diverso di strati  rispetto a quelli che possiamo trovare nella modalità a carciofo. Da qui in avanti alcachofa. È tutta una questione di equilibrio. Nella modalità a cipolla indossi un vestito leggero sotto ad uno un po’ più pesante che a sua volta è sotto ad uno ancora più pesante. Insomma, una sorta di matriosca. Ma facciamo un esempio: scegli un vestitino frou frou, magari un po’ naïf e sopra decidi di abbinarci  un cardigan a trecce, e sopra ancora opti per un capo spalla non troppo leggero né troppo pesante accompagnato da una sciarpina in seta che fa sempre donna di gran classe o forse il minimo sindacale stiloso per non prendersi una broncopolmonite. L’effetto, comunque, è carino e funzionale. Le modaiole ameranno l’effetto “carino”. Le più pratiche l’effetto “funzionale”. Così, quando il clima ha deciso che alla mattina sei a Bardonecchia, al pomeriggio sei a Napoli e alla sera sei a Courmayeur, decidi di togliere il foulard se fa caldino, il cardigan e il capo spalla se fa caldo per poi fare il procedimento inverso e riportare gli strati della cipolla al loro posto quando l’aria diventa frizzantina e a te va di preservare la tua salute troppo cagionevole. Così sei l’immagine perfetta della donna organizzata che ha dato prova di non aver incontrato, durante le ore più calde della giornata, la pezzatura da competizione (brutta bestia questa) né i ghiaccioli tipo stalattiti che scendono dal naso, durante le ore più fresche.

Tutte le persone che appartengono a questa categoria hanno la mia stima perché loro, e solo loro, hanno la chiave della figheria in mano. Appaiono, difatti, sempre fresche come delle rose durante il giorno e al calduccio durante la sera.  Nulla le scalfisce.

Ma passiamo alla seconda modalità, quella alcachofa. Purtroppo, come precedentemente enunciato, questa è la mia. Ognuno ha la sua croce da portare.

Chi ha avuto la sfortuna di incappare in questa modalità, vuoi per caso vuoi perché allontanato dalla retta via da altre persone, sa bene di cosa parlo. Coloro che appartengono a questa categoria conoscono bene sia la pezzatura da competizione sia le stalattiti che scendono incuranti dal naso.

Queste persone, proprio come un carciofo, decidono di vestirsi in modo molto pesante sopra e, molto leggero sotto. O viceversa, se il carciofo è visto al contrario. Comunque non a strati. Ma, piuttosto, a compartimenti stagni. Così, è facile incontrare persone che indossano un maglione di lana che ha la capacità di creare al suo interno un effetto stalla da paura con annessa possibilità di coltivare al suo interno funghi e muschi e, per la parte inferiore del corpo, short in stile Miami beach con gli inguardabili infradito. Senza possibilità di vie di mezzo. Oppure, il contrario. Ugg ai piedi, pantaloni di flanella del pigiama sotto ai jeans e canottiera bianca che riflette il sole, non si sa mai che scappa una tintarella sciuè sciuè sul terrazzo dell’uffico. Così, al pomeriggio, sei la campionessa in carica delle pezzature e, a sera, con l’aria freschina che tira, il sudore si riattiva magicamente per farti sentire i brividi di freddo. Che sensazioni magiche. Altro che “notti magiche inseguendo un gol”.

Io, però, non voglio più essere alcachofa, anche se, giusto a titolo di cronaca, non indosso mai gli Ugg né la canottiera bianca. O, per lo meno, non in combo. Io, invece, voglio essere topinambur: senza strati. Vorrei avere la libertà di mettere a marzo un vestito che sia uno e non mischiare le stagioni facendo pensare alle persone che mi incontrano di essere sul punto di partire per Tropea passando per Trieste. Ma, quando Nostradamus ci svelerà il suo segreto io, probabilmente, sarò ancora alcachofa.

 

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Il brivido del mignolino dolorante

Partiamo da un dato di fatto. O meglio, il mio dato di fatto. Per noi donne (e, perché no, anche per alcuni uomini) di normalità conclamata, entrare in un negozio di scarpe rappresenta la giusta realizzazione di un sogno per troppi lunghi sabati rimandato e che diventa degno coronamento di una attesa spesso estenuante (causa fidanzati/mariti/fratelli sbuffanti e iper-polemici).

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