Categoria: NOVELS

Alone sfacciatus

“Chi non muore si rivede” recita un famoso detto. Allo stesso modo, i problemi di noi dedite al litigio costante con le stagioni in fatto di abbigliamento. Così, se durante il mese di marzo e di aprile, abbiamo dovuto risolvere il problema esistenziale di come vestirci per contrastare i cambiamenti repentini in fase mestruale del clima, adesso, nel mese di giugno, siamo tutte d’accordo e coese nel dire di essere consapevoli dello stato in cui verseremo a fine giornata.

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About Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Io, che in Piazza San Carlo c’ero.

Caro Ignoto,

sono passate oramai 2 settimane da quel terribile sabato sera. Avevo altri programmi, decisamente. Fino alla fine credevo che ce l’avremmo fatta, che avremmo portato a casa quella maledetta coppa dei Campioni, che avremmo aspettato la nostra squadra all’aeroporto di Caselle, che avremmo visto l’alba e, chissà, sarei tornata a casa con un sorriso in più a casa.

Sono tornata oltre l’alba, sì, ma con il terrore negli occhi, due costole rotte e graffi. Alla mano, al ginocchio e nel cuore.

Tu, “Ignoto”, questa non me la dovevi proprio fare. Non so cosa tu sia stato: un petardo, una frase detta al momento sbagliato, una balaustra caduta senza un valido motivo. Irrazionalità, fobia, nonsense.

Sei stato un colpo improvviso, in mezzo alla calca della gente, ai cuori in attesa di un miracolo (sì, perché in quel momento stavamo perdendo amaramente), a chi – come me – parlava di quella serata come Natale. Talmente bella che non volevamo che arrivasse: qualcuno aveva anche fatto delle scommesse: uno spogliarello, un taglio di capelli, un fioretto sul bere. Tu, Ignoto, hai rovinato una serata che anche se fosse andata male ce la saremmo ricordata lo stesso. Perché noi Juventini siamo così: viviamo di attese, di palpiti, di speranze e di “il prossimo anno saremo di nuovo qui e porteremo a casa la vittoria”. Tu, Ignoto, hai voluto che le cose andassero diversamente. Anche se avessimo vinto la Champions, quella sera, ci saremmo ricordati solo di altro. Del sangue, dei cocci di vetro, delle corse al riparo da te, Ignoto.

Non sei solo paura, sei Sconosciuto, sei quella sensazione che solo se la vivi riesci a malapena a descriverla.

Quando mi sono ritrovata improvvisamente per terra, con addosso dei corpi di estranei e la sensazione che stessi perdendo parte del mio corpo, ho pensato davvero di morire. Una manciata di secondi che ti sembrano infiniti, talmente tanto da poter riuscire a formulare la frase “Ok, è arrivato il mio momento, purtroppo”. Posso ringraziare solamente quella persona che mi ha dato la mano e mi ha tirato su se quella sensazione è durata un po’ meno di altri. E poi le corse verso il non so dove, l’entrata in un supermercato per cercare qualcosa con cui poterci guarire, e poi ancora corsa. La chiamata ai genitori che avrebbero potuto vedere qualcosa alla tv e il “Mamma, io sto bene, ho perso papà, spero che non si sia fatto male”. E ancora corsa. Non auguro a nessuno di correre lontano da qualcosa che non conosci.

Sai, Ignoto, in quel momento non ti rendi conto di quante cose non hai ancora fatto o detto. Non ti rendi conto che la vita è davvero un soffio di vento, gelido o caldo che sia, e che debba essere vissuta senza mai pentirsi di nulla. Avrei voluto che me lo facessi capire in un altro modo, sono una sveglia e che capisce in fretta.

Sai, Ignoto, di una cosa, prima di tutto, non riesco a perdonarti. Non importa che mi hai rovinato una serata che poteva diventare magica (sono riuscita anche a ridere durante le lunghe ore di attesa al Pronto Soccorso), non importa che ho perso il mio zaino e tutti i miei averi (di quello non è colpa tua, ma dell’Ignoranza, un’altra bella bestia insieme alla Paura). Non ti perdono della morte di una donna, Erika, che non era neanche una tifosa. Era una come tutti noi: felice di accompagnare il proprio fidanzato a vedere la partita, nonostante avesse altri piani, contenta di fare qualcosa di diverso dal solito, di stare in compagnia e di dire “Io c’ero”. Di quello, Ignoto, dovrai scontare notti insonni, provando la stessa sensazione di quando io ho visto, solo per un attimo, il volto della morte.

Ignoto, però credo che tu, di me, non sappia una cosa.

Che io non mi arrendo. Ah, no.

Un giorno saremo io davanti a te, e vincerò Io. Vincerò quando tornerò in mezzo a una folla a urlare per il mio cantante preferito, per la mia amata Juventus, per una coda interminabile in attesa di un autografo. Non mi rintanerò in casa, ma uscirò. Non convincerò gli altri a starsene nel proprio angolo, li prenderò di peso e li porterò fuori con me. Non dirò più “ho paura”.

Non esiste che vinca tu. NO.

Caro Ignoto, l’anno prossimo vinceremo la Champions. Ed io sarò felice: perché avrò fatto tutto quello che mi sarò prefissata nella mia lista.

Questo post è dedicato a Erika e a tutti quelli che in quella notte erano in piazza, con il cuore in mano e il fiato corto. E che continueranno a sognare, nonostante tutto, per loro stessi e per Erika.

About Emily Grosso

Emily lavora in una società finanziaria, ma passa le pause pranzo in giro per negozi. ll suo armadio segreto scoppia di borse, collane, creatività, voglia di scrivere e di urlare felicità.

#TfbInterviste: il Social Commerce SoCloset

Lo sappiamo, siamo tutte nella stessa barca: un armadio straripante di vestiti e mai niente da mettere per “quell’occasione speciale”, bensì un’infinità di “questo lo metto quando dimagrisco”, qualche “questo tornerà di moda” e gli inevitabili “abiti col cartellino” che sono passati dalla busta del negozio all’armadio e continuano a fissarci da mesi. Noi TFB vi capiamo benissimo, e per questo oggi per la rubrica #TfbInterviste vi facciamo conoscere meglio SoCloset, il progetto di Giulia: una piattaforma per vendita e affitto dei vostri capi abbandonati con le commissioni più basse del web.

Ma non vi spoileriamo altro, buona lettura!

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About Gemma Contini

Sarda di nascita ma torinese di adozione. Informatica amante del low cost. Portatrice sana di pazienza solo quando girovaga per negozi e mercatini. E’ fermamente convinta che il buongusto e il buonsenso possano salvare il mondo.

Salone del Libro di Torino: una 30esima edizione oltre ogni confine!

Si è chiusa da pochissimo la 30esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dopo giorni (o per meglio dire, mesi) di panico e frecciate amare con la vicina Milano. L’avrete letto ovunque, ma penso sia giusto ribadirlo (da sabauda patriottica quale sono): abbiamo spaccato tutto!

Salone Internazionale del Libro Torino 2017 30esima edizione Gipi Oltre il Confine

Questo Salone del Libro è stato un successo enorme, un successo che va davvero “Oltre il confine”, come recita il tema dell’ultima edizione 2017. Adesso però, voglio mettere da parte gli slogan da rotocalco e raccontarvi il mio Salone, quello vissuto in veste di staff di coordinamento di questa manifestazione smisurata. Io ero rinchiusa nel Padiglione 5, quello dedicato all’area del Bookstock Village, dedicato a bambini e ragazzi con tanti incontri, laboratori, eventi e, ovviamente, libri. Il mio compito era semplice, ma solo a parole: far funzionare tutto all’interno del padiglione e coordinare 270 ragazzini volontari delle superiori.

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About Elisa Raimondo

Architetta ossessionata dal perfezionismo e affetta da organizzazione compulsiva. La sua vita è un incastro di impegni e passioni: tra scout, India, canto e, ovviamente, moda, si ritrova sempre a correre per Torino. “5 minuti e arrivo!”

Il fascino poco segreto del baffo

Alzi la mano chi, al semaforo rosso, non ha mai volto lo sguardo allo specchietto della propria auto e ne sia rimasta pietrificata e inorridita nel vedere un peletto nero (o bianco, a prova di infarto) spuntare come la spina di un cactus sul mento. Io la alzo. Anzi, alzo entrambe le mani. E anche una gamba. Due gambe, se sono allenata e seduta. La abbassi, gentilmente, chi ha fatto questa scoperta durante la guida. La sicurezza prima di tutto. E cosa succede dopo? Nella migliore delle ipotesi, dopo che il verde del semaforo ci ha riportato alla dura realtà, iniziamo a realizzare che, a meno che la nostra borsa non sia fornita quanto quella di una estetista, dobbiamo assolutamente correre ai ripari magari senza l’utilizzo delle pinzette. Ce ne facciamo una ragione.

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Le più fortunate (o le più organizzate) troveranno, quasi per magia, un paio di pinzette nel cruscotto. Poco importa se sono arrugginite. Meglio un’infezione che girare con quel coso sul mento.

Le meno organizzate, invece, cercheranno di ingegnarsi pensando ai diversi modi per passare inosservate e nascondere il simbolo della vergogna. Ma poi, diciamocelo, chi possiede una vista così bionica, quasi da far invidia al miglior supereroe della Marvel, tale da notare a mille miglia di distanza il nostro peletto? Eppure noi siamo convinte che tutti lo noteranno, anche il lavavetri appeso alle finestre di quel palazzo al quindicesimo piano. E che diffonderà la notizia con la stessa rapidità con la quale i bacilli dell’influenza si diffondono nell’aria.

Credits: linnguaggidellarte.altervista.org

Dicevamo, se non siamo riuscite a trovare una pinzetta, (neanche la nostra vicina di scrivania sembra possederne una vista la coroncina pelosetta che orgogliosamente fa capolino dal suo labbro superiore) pensiamo che sia giunta ora di mettere in pratica i numerosi consigli imparati dalle puntate di Macgyver. Se ci riesce lui, possiamo farcela anche noi, pensiamo senza tener minimamente conto di quella cosa chiamata “effetti speciali”. Andiamo quindi alla ricerca dei più disparati oggetti per costruire una pinzetta di salvataggio. Rischiando di scartavetrarci metà viso e di cancellare i dermatoglifi delle falangi delle dita delle nostre mani con i rudimentali strumenti trovati nei cassetti della nostra scrivania. Non ci azzardiamo neppure a ravanare in quelli della nostra vicina. Abbiamo già appurato che i baffetti sono l’ultimo dei suoi problemi. Tuttavia, accertato il fallimentare esito della nostra prova di sopravvivenza o di coraggio qual dir si voglia, degna di quelle dell’Isola dei Famosi in trasferta a Barletta, dobbiamo ammettere con grande rammarico che Macgyver ha vinto e noi abbiamo perso. Forse è meglio rivedere con maggiore attenzione le puntate. Basta, quindi, con La signora in giallo che ormai abbiamo imparato a menadito. Ridateci Macgyver!

Il passo successivo è, pertanto, arrendersi alla realtà e sperare che nessuno ci noti in quella che, forse esageratamente, ci sembra una giornata interminabile. Inizia, a questo punto, la messa in pratica delle più assurde scuse in modo da evitare che qualcuno possa anche solo posare il proprio sguardo sul coso incriminato. Ma ecco che una serie di tragedie è lì ad attenderci a braccia aperte. Altro che venerdì 17. Ci fa un baffo! (Giusto per rimanere in tema). Il collega bello ci invita, per la prima volta (chiamasi questa sfortuna) a” sgranocchiare qualcosa con lui” (sue parole) nella pausa pranzo. In qualsiasi altro giorno non ci saremo mai e poi mai azzardate a declinare un suo invito. Siamo timide ma non stupide. Uno scarafaggio, ma non ne sono completamente convinta, forse l’avrebbe fatto. Noi no. Eppure, a causa del coso, anche noi diventiamo scarafaggio e additiamo come scusa che la nostra pianta è sul punto di morte e che non possiamo esimerci da fare un salto a casa durante la pausa per bagnarla. Lui, bello ma non stupido, si guarderà bene dal farci un altro invito. #Mannaggia.

È poi il turno del cliente che è da due mesi che ha fissato con noi un appuntamento. Proviamo a fingere, per una buona mezzora, una dissenteria fulminante. Di quelle che si salvi chi può: il bagno è mio. E il bagno, difatti, diventa il nostro rifugio. Ma, per l’appunto, per poco, visto che siamo richiamate a ricomporci e a inghiottire un Imodium, il quale prendiamo senza fare una piega, sperando che non abbia su di noi effetti devastanti. Vuoi mica fare vedere che è da una settimana che il tuo intestino ha deciso di andare in letargo. E, per concludere in bellezza, passa in ufficio, con la stessa probabilità che avresti avuto di incontrare Brad Pitt al supermercato sfigatello sotto casa, una rappresentante Avon (la quale scopri poi che è stata chiamata dalla tua vicina di scrivania in pausa pranzo, alla faccia della non curanza dei peletti e co.) che le illustra alcuni prodotti per la depilazione e ti rivolge uno sguardo che più disprezzo non potevi ricevere. Uno schiaffo avrebbe fatto meno male.

E tu, che ormai ne hai avuto abbastanza, ti volti verso di lei e le dici “Donna baffuta sempre piaciuta!”.

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About Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

La valigetta dell’ispettore Gadget nel regno dei Puffi

Non so se anche a voi sia mai capitato quello che sto per scrivervi ma, personalmente, a me succede spesso. E, se proprio non sono “una su mille” (che in questo caso non ce la fa, scusa Morandi per lo storpiamento) questo piccolo inconveniente che sto per raccontare capita un po’ a tutte. Questa è la situazione. Mattina. Sono un po’ di fretta. Ma decido di mettere comunque lo smalto. Ognuno ha le sue problematicità. La mia è quella di non sapere ancora che alcuni momenti beauty vanno vissuti con calma. Comunque, mi dico, niente di più facile. Non devo preparare una conferenza all’Onu. Né, tanto meno, trasformare i miei capelli ricci in qualcosa che sia vagamente presentabile. Cosa, questa, di gran lunga più complicata. Ma passiamo oltre. Mi accingo allora a scegliere lo smalto. La mia stanza, a differenza di quelle delle beauty bloggers, non ha scaffali su cui ergono trionfalmente boccettine colorate. Magari in ordine di codice a barre. I miei smalti, quando non hanno cambiato colore, quando non hanno deciso di seccarsi, quando non hanno reso la loro apertura degna di una chiamata al fratello/papà di turno armati di flessibile, sono pochi e timidi timidi, poverini. Li conservo, infatti, in una scatola trasparente. Una sorta di valigettina da ispettore Gadget nel regno dei Puffi che a volte dimentico persino di avere. È, difatti, quasi sepolta dalle riviste di moda che conservo gelosamente, della serie “guai a fare le orecchie alle pagine altrimenti prendo il ferro da stiro”. Comunque, quando sfortunatamente mi rendo conto di possedere la valigettina degli smalti di Puffetta, mi travesto da pittrice. Ma di quelle che il pennellino lo utilizzano come se stessero tenendo in mano il Pennello Cinghiale (avete presente quello della pubblicità di molti anni fa? Se non avete presente significa che io sono troppo vecchia. O voi troppo giovani. Magra consolazione).

Credits: Donna Moderna

Inizio a stendere lo smalto come se stessi gettando calce. Anche se, nella mia mente, sono delicata e leggiadra come un alito di vento. Eccomi, quindi, alle prese con le cinque dita della mano sinistra. È più facile per me essendo destrorsa. Ma i primi sgorbi non tardano ad arrivare. Allora tolgo tutto con quello che una volta era l’acetone. Per me lo è ancora. Ma forse, penso, dovrei usare l’acquaragia. Ora, invece, per evitare di scartavetrarsi parte delle unghie si usano prodotti meno invasivi che, ovviamente, io ho snobbato alacremente. Quando penso di aver terminato con la mano sinistra, inizio con la destra. E qui, ragazzi, i giochi si complicano. Diciamocelo, chi mi vede impegnata in questa attività non può avere stima nelle mie capacità beauty. Sono la regina del contorsionismo.

Comunque, alla fine, quando penso di avercela fatta, ecco il patatrac. Impavida come un cavaliere che deve liberare la sua pulzella nella torre, decido di fare una seconda passata. Se, durante la prima, sembrava che io stessi usando cazzuola e calce, ora, invece, la posa del cemento ha il suo momento di gloria. Peccato, però, che ho creato uno strato che non si asciugherà neppure con la bora di Trieste. Tolgo allora lo smalto. Operazione, questa, che presenta le sue difficoltà, visto che rischio di toglierlo anche su quelle due uniche dita che io, con poca modestia, ritengo che non siano proprio venute un pasticcio cosmico. Quando riapplico lo smalto per l’ennesima volta e lo faccio asciugare senza toccare nulla per minuti che sembrano ore, vagando per casa agitando le mani ritmicamente e facendole svolazzare in aria (a mo’ di bambina travestita da fatina dei boschi) decido di vestirmi. E lo faccio cercando comunque di fare movimenti lenti degni di Catherine Zeta Jones in Entrapment ed ecco che mi ritrovo, nonostante gli sforzi, smalto sui capelli, sella pelle di alcune dita e sui vestiti. Qui, non stendiamo un velo pietoso, ma un piumone che è meglio.

Credits: Donna fan page

Dopo aver pensato che non si può essere belle, brave, intelligenti, simpatiche e saper applicare lo smalto, dico che è arrivata l’ora di togliere tutto. Se quel giorno sono particolarmente puntigliosa, decido di ritentare la difficile missione la sera stessa. Rifaccio tutto da capo. Questa volta, però, l’ho applicato stranamente bene. È asciugato. Sottopongo lo smalto steso a vere prove di sopravvivenza. Manco fossi Bear Grylls. Non si scheggia. È lucido. Quasi mi ci posso specchiare. Sono una professionista, mi dico allora tronfia e rincuorata per quelle che sono le mie capacità. Fino a quando non mi sveglio la mattina e vedo l’intera trama delle lenzuola tatuate sulle unghie. Il lucido ha lasciato il posto ad un opaco tutto zigrinato che mi ha persino trasformato la forma delle unghie. E allora decido di ritirare la valigetta dell’ispettore Gadget sperando di dimenticarla ancora per molto, lì, sepolta tra le varie riviste di moda. O, mi dico, la spedirò nel mondo dei Puffi con su scritto: “For Puffetta with love”.

About Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Sei cipolla o carciofo? Meglio topinambur

Tutti sono preparati all’arrivo del mese di marzo. Tutti, forse, tranne me. La rapidità con la quale le condizioni atmosferiche ti fanno vivere l’entusiasmante se non fantasmagorica esperienza surreale di mutare paesaggio e ambiente naturale senza neppure muoverti dal tuo paesello, non ha prezzo.

Marzo non è pazzerello. È squilibrato. Furioso, come l’Orlando. Basta un non niente che ti ritrovi a letto con la febbre, il naso colante e annessa montagna di fazzoletti che fanno da cuscini al tuo divano.

Ammettetelo: anche voi associate il mese di marzo alla domanda esistenziale del secolo, quella che ancora non ha avuto risposta e forse mai ce l’avrà (mettiamoci il cuore in pace): “Come cavolo dobbiamo vestirci a marzo?” Niente niente che Nostradamus, tra le varie profezie, abbia fornito la soluzione al nostro (mio sicuramente) dilemma?

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La questione, comunque, pare dibattuta e avere teorie diverse. Io, personalmente, vedo due scuole di pensiero. Da una parte la prima scuola, quella formata da ragazze/donne che preferiscono vestirsi a cipolla. Dall’altra parte, invece, la seconda scuola alla quale appartengono le ragazze/donne che optano per la modalità a carciofo. Oh, pardon, alcachiofa (in spagnolo è più fashion). Io, sfortunatamente, appartengo alla seconda scuola, i cui effetti sono tutt’altro che benefici. Ma ci sto lavorando.

Ebbene sì, la modalità a cipolla, conosciuta dai più come “a strati” ha , infatti, un numero diverso di strati  rispetto a quelli che possiamo trovare nella modalità a carciofo. Da qui in avanti alcachofa. È tutta una questione di equilibrio. Nella modalità a cipolla indossi un vestito leggero sotto ad uno un po’ più pesante che a sua volta è sotto ad uno ancora più pesante. Insomma, una sorta di matriosca. Ma facciamo un esempio: scegli un vestitino frou frou, magari un po’ naïf e sopra decidi di abbinarci  un cardigan a trecce, e sopra ancora opti per un capo spalla non troppo leggero né troppo pesante accompagnato da una sciarpina in seta che fa sempre donna di gran classe o forse il minimo sindacale stiloso per non prendersi una broncopolmonite. L’effetto, comunque, è carino e funzionale. Le modaiole ameranno l’effetto “carino”. Le più pratiche l’effetto “funzionale”. Così, quando il clima ha deciso che alla mattina sei a Bardonecchia, al pomeriggio sei a Napoli e alla sera sei a Courmayeur, decidi di togliere il foulard se fa caldino, il cardigan e il capo spalla se fa caldo per poi fare il procedimento inverso e riportare gli strati della cipolla al loro posto quando l’aria diventa frizzantina e a te va di preservare la tua salute troppo cagionevole. Così sei l’immagine perfetta della donna organizzata che ha dato prova di non aver incontrato, durante le ore più calde della giornata, la pezzatura da competizione (brutta bestia questa) né i ghiaccioli tipo stalattiti che scendono dal naso, durante le ore più fresche.

Tutte le persone che appartengono a questa categoria hanno la mia stima perché loro, e solo loro, hanno la chiave della figheria in mano. Appaiono, difatti, sempre fresche come delle rose durante il giorno e al calduccio durante la sera.  Nulla le scalfisce.

Ma passiamo alla seconda modalità, quella alcachofa. Purtroppo, come precedentemente enunciato, questa è la mia. Ognuno ha la sua croce da portare.

Chi ha avuto la sfortuna di incappare in questa modalità, vuoi per caso vuoi perché allontanato dalla retta via da altre persone, sa bene di cosa parlo. Coloro che appartengono a questa categoria conoscono bene sia la pezzatura da competizione sia le stalattiti che scendono incuranti dal naso.

Queste persone, proprio come un carciofo, decidono di vestirsi in modo molto pesante sopra e, molto leggero sotto. O viceversa, se il carciofo è visto al contrario. Comunque non a strati. Ma, piuttosto, a compartimenti stagni. Così, è facile incontrare persone che indossano un maglione di lana che ha la capacità di creare al suo interno un effetto stalla da paura con annessa possibilità di coltivare al suo interno funghi e muschi e, per la parte inferiore del corpo, short in stile Miami beach con gli inguardabili infradito. Senza possibilità di vie di mezzo. Oppure, il contrario. Ugg ai piedi, pantaloni di flanella del pigiama sotto ai jeans e canottiera bianca che riflette il sole, non si sa mai che scappa una tintarella sciuè sciuè sul terrazzo dell’uffico. Così, al pomeriggio, sei la campionessa in carica delle pezzature e, a sera, con l’aria freschina che tira, il sudore si riattiva magicamente per farti sentire i brividi di freddo. Che sensazioni magiche. Altro che “notti magiche inseguendo un gol”.

Io, però, non voglio più essere alcachofa, anche se, giusto a titolo di cronaca, non indosso mai gli Ugg né la canottiera bianca. O, per lo meno, non in combo. Io, invece, voglio essere topinambur: senza strati. Vorrei avere la libertà di mettere a marzo un vestito che sia uno e non mischiare le stagioni facendo pensare alle persone che mi incontrano di essere sul punto di partire per Tropea passando per Trieste. Ma, quando Nostradamus ci svelerà il suo segreto io, probabilmente, sarò ancora alcachofa.

 

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About Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Italiano vs Piemontese: 5 modi di dire

L’italiano applicato al piemontese: ci sono particelle pronominali, locuzioni e verbi italiani che il piemonte ha fatto suoi, permettendo di esprimere concetti articolati economizzando con le parole. Noi abbiamo stilato una compilation dei 5 più usati, per confondervi tra madamin e monsu.

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Sarda di nascita ma torinese di adozione. Informatica amante del low cost. Portatrice sana di pazienza solo quando girovaga per negozi e mercatini. E’ fermamente convinta che il buongusto e il buonsenso possano salvare il mondo.

Inaugurazione Barbaroux24: le TFB ve la raccontano!

Una via caratteristica di Torino, via Barbaroux, un numero, 24, un sogno per le donne (ma anche per gli uomini: le scarpe. E’ questa la formula segreta di Barbaroux 24, il nuovo tempio per chi non vuole passare inosservato, iniziando dal basso.
Siamo state all’inaugurazione del negozio nel pieno centro storico di Torino, in quel bellissimo angolo bandierato di Via Barbaroux, dove tra una focacceria e un atelier nasce uno spazio di artigiani, di storia, di pellami e di tanta passione.

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Il brivido del mignolino dolorante

Partiamo da un dato di fatto. O meglio, il mio dato di fatto. Per noi donne (e, perché no, anche per alcuni uomini) di normalità conclamata, entrare in un negozio di scarpe rappresenta la giusta realizzazione di un sogno per troppi lunghi sabati rimandato e che diventa degno coronamento di una attesa spesso estenuante (causa fidanzati/mariti/fratelli sbuffanti e iper-polemici).

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