Partiamo da un dato di fatto. O meglio, il mio dato di fatto. Per noi donne (e, perché no, anche per alcuni uomini) di normalità conclamata, entrare in un negozio di scarpe rappresenta la giusta realizzazione di un sogno per troppi lunghi sabati rimandato e che diventa degno coronamento di una attesa spesso estenuante (causa fidanzati/mariti/fratelli sbuffanti e iper-polemici).

Per me, invece, donna di normalità poco conclamata, rappresenta sì una realizzazione, ma della peggiore realtà onirica. Ebbene sì, benché io sia amante (è poi questo il termine giusto? Diciamo pure fanatica) di vestiti e co., non riesco proprio a farmi andare giù quello che è l’accessorio preferito dalle donne: la scarpa. Beh, non pensatemi però di tutto punto agghindata ma con le ciabatte di peluche fucsia shocking ai piedi, quello no, però, non me ne vogliate, per me la scarpa può essere un vero incubo.

Ecco come avviene la mia entrata non tanto trionfale in un negozio di scarpe, meglio se ampio. Allora, varco il negozio già con la consapevolezza che anche se restasse aperto solo per me per una settimana (notti incluse ovviamente) uscirei da lì dicendo o farfugliando con la bava alla bocca per la stanchezza: “Non c’è neanche un paio di scarpe adatto a me”.

Eppure, un po’ perché messa sotto pressione dalle persone che ingenuamente non sanno cosa aspettarsi quando prendono la malsana decisione (senza forzatura, sia ben inteso) di accompagnarmi a comprare un paio di scarpe, un po’ spinta da un briciolo di dignità personale (quel paio di scarpe che tanto ho usato sta gridando vendetta e ha deciso di passare a miglior vita da solo buttandosi nel secchio della spazzatura) decido di acquistare le mie scarpe. Che poi, diciamocelo, nella scelta ho gusto. Senza modestia. Mi piacciono sempre i modelli iper femminili. Se non hanno fiocchetti o glitter sparsi qua e là non sono contenta. Lelly Kelly docet. Le sneakers, invece, rimangono a guardarmi sempre da lontano.

Ritorniamo al punto. Scelgo il mio paio di scarpe percorrendo con lo sguardo allucinato gli scaffali. Prendo il numero 37. Le provo. Una scarpa mi va bene ad un piede (generalmente il destro). All’altro piede (generalmente il sinistro, ovvio) mi calza più grande o più piccola. So bene che abbiamo un piede più grande dell’altro. E so bene anche che non posso avere la faccia di bronzo tale da chiedere alla commessa disperata di turno di fornirmi due numeri diversi per lo stesso paio. Fuori mi attenderebbe l’ambulanza per farmi ricoverare subito subito. Comunque, sante donne le commesse.

Va bene, mi dico. Mi guardo allo specchio. Penso ai mille mila usi che ne potrei fare e agli abbinamenti più improbabili. Anche perché non posso ripercorrere nuovamente l’incubo di entrare di nuovo in un altro negozio di scarpe e riprovare l’emozionante ballo della scelta della calzatura perfetta. Me le faccio, pertanto, piacere. E poi il maculato di quelle Mary Jane si intona perfettamente con quella gonna skater laminata, no?

Faccio qualche passo, anche se mi piacerebbe calpestare ogni centimetro quadrato del pavimento del negozio per vedere se la tenuta del paio di scarpe scelto è buona. Manco fossero pneumatici ad alta prestazione. Comunque, il succo è che un piede mi fa un po’ male. A volte capita che il dolore sia localizzato sul calcagno. A volte, invece, sul davanti. Nello specifico il mignolo. I miei piedi sanno essere democratici. Una vocina mi dice che avrò sicuramente problemi e che quindi sarebbe meglio scegliere un altro modello di scarpa (ma che i glitter siano comunque tenuti presente, non sia mai). Ma l’incubo del “prova di nuovo altre scarpe” mi ferma (vedi sopra) o forse a fermarmi sono i coraggiosi che mi hanno accompagnato incuranti di questa giornata a cui involontariamente sono andati incontro. Forse era meglio partecipare alla sagra del fagiolo borlotto.

Esco dal negozio. Per metà felice, perché ho fatto un affare (il low cost impera) e, per metà triste perché quel piccolo “impercettibile” dolorino al mignolo del piede destro ritorna alla mente come un pensiero fisso. L’incubo, come preannunciato, si realizza. Quando indosso le mie scarpe per fare i primi passi (quasi come una donna fa i primi passi di danza da donna sposata durante il primo ballo) e cammino per mezzo metro circa (mi basta questo), il solito mignolo è dolorante, il che mi riporta ad avere una postura non propriamente elegante e raffinata. Allora mi chiedo: “Fanno bene quelle donne che vedo spesso sulle riviste patinate a portare con nonchalance scarpe di due/ tre numeri più grandi?”.

Vero è che sono scarpe che spesso vengono loro regalate ma quasi sempre mi fanno pensare a tante camminatrici sulle uova. Io, fossi al loro posto, farei certamente di peggio. Difatti, oltre a sembrare una camminatrice sulle uova avrei l’aspetto di una vecchietta che striscia le ciabatte di flanella sul pavimento appena tirato a lucido con la cera (lucidatrice style). Ma, almeno, risolverei il problema del mignolo dolorante.

About Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

1 Comment on Il brivido del mignolino dolorante

  1. Bravissima Alessandra mi sono proprio ritrovata nel tuo articolo, ho sempre pensato di avere un piede disgraziato invece la colpa è delle scarpe

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