Categoria: NOVELS

Tremate tremate. La scelta dell’abito s’ha da fare

Benché non sia questo un periodo troppo gettonato dai futuri sposini per convolare a nozze, va comunque bene portarsi avanti con il lavoro e illustrare, ai coraggiosi alle prese con la scelta dell’abito nuziale, alcuni consigli da tenere bene a mente se si vuole varcare la soglia della chiesa senza che i propri neuroni decidano di andare in ferie.
Allora, voi che avete preso questa decisione di comprare l’abito con la A maiuscola, avete tutta la mia stima. Ma facciamo le dovute distinzioni in fase “ricerca abito”.
Eccolo lì, l’esemplare umanoide maschio, tranquillo, cacio cacio, entrare in un atelier che ha scelto a caso. A quindici giorni dal matrimonio. Saluta la commessa e sbiascica parole incomprensibili a noi umani. Sembra quasi sotto shock. Ha la fascia a lutto. Ma vorrebbe un vestito da cerimonia. La sua, purtroppo per lui. La commessa gli mostra trecentoquattordici tipi di tessuti. Una quantità infinita di blu e neri. Cappello, mazza e bastoni. Scarpe di ogni sorta. Niente lo smuove. L’esemplare umanoide maschio non pensava neppure che esistessero tante sfumature di blu. Sempre sbiascicando qualcosa, alla fine, dopo venti minuti di parole, esce dal negozio stringendo tra le mani la custodia che contiene il vestito, dell’unico blu che conosceva, camicia bianca immacolata, scarpe tranquille e si è persino tolto la fascia a lutto. Tempo totale dell’operazione, incluso lo sbiascicamento delle parole: 30 minuti. Well done!

http://www.marieclaire.it/Lifestyle/news-appuntamenti/Il-manuale-dello-sposo#1

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Alessandra Brancaccio

About Alessandra Brancaccio

Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Almeno ad Halloween non abbiate paura.

paura s. f. [rifacimento, col suff. –ura, del lat. pavor –oris «timore, paura», der. di pavere«aver paura»]. – 1. a. Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente

Sono andata a googlare “paura – significato – Treccani” e mi è uscita questa definizione. Ho chiesto alle mie compagne di questa avventura – Torino Fashion Bloggers – di dirmi che cosa facesse realmente paura nella loro vita.

Se avete paura di leggere, non continuate. Se avete coraggio, mettetevi comodi.

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About Emily Grosso

Emily lavora in una società finanziaria, ma passa le pause pranzo in giro per negozi. ll suo armadio segreto scoppia di borse, collane, creatività, voglia di scrivere e di urlare felicità.

Buon compleanno Righe à Pois!

Sapete bene quanto ci piace festeggiare e soprattutto quanto ci piacciono i compleanni! Due anni fa abbiamo brindato al nostro compleanno e poco prima dell’estate abbiamo levato i calici per i 20 anni di Tony&Guy. Adesso torniamo a celebrare i compleanni sabaudi festeggiando il primo anno di vita di Righe à Pois, il delizioso negozio di Diego e Carlotta.

Torino Fashion Bloggers Righe à Pois festa negozio party torta cake design

Il tutto è iniziato qualche mese fa quando abbiamo scoperto questa piccola gemma incastonata nelle viuzze di San Salvario. È stato amore a prima vista che poi si è trasformato in voglia di fare qualcosa insieme, di unire i nostri nomi in qualcosa di unico e speciale.

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About Elisa Raimondo

Architetta ossessionata dal perfezionismo e affetta da organizzazione compulsiva. La sua vita è un incastro di impegni e passioni: tra scout, India, canto e, ovviamente, moda, si ritrova sempre a correre per Torino. “5 minuti e arrivo!”

Cambiamenti modaioli in itinere. Evoluzione (s)fashion

Fatevi avanti. Anche voi, come me, volete nascondere nell’armadio più recondito della vostra memoria le fotografie che inesorabilmente sono la prova provata che avete fatto scelte modaiole da buttare nel dimenticatoio. Io, lo ammetto, ho attraversato diverse fasi e, ahimè, alcune sono talmente imbarazzanti tali da richiedere un lavoro di collage degno di Art Attack di Muciaccia nel sostituire la propria faccia con quella della nostra peggior nemica. Foto modificate e reputazione salvata. Mettetevi comode e siate partecipi della mia evoluzione (s)fashion.

Essendo nata negli anni Ottanta ho pensato di aver avuto la fortuna di sfuggire a spalline imbarazzanti modello Goldrake e ciuffo ad alta prestazione con annessa licenza di perforare il buco nell’ozono grazie all’uso smoderato di lacca. Mi sbagliavo. Il peggio doveva ancora venire.

https://betoimpress.com/2016/08/28/le-tendenze-autunno-inverno-2016-2017/

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Alessandra Brancaccio

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Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Il cliente tipo cafoncello e annessa ode alle commesse e ai commessi.

Raccogliamoci e stringiamoci insieme. Un minuto di silenzio per le commesse e i commessi di tutto il mondo nella snervante versione saldi. Questa categoria di lavoratori è spesso sottostimata e poco apprezzata e, soprattutto nel periodo dei saldi, dà prova di assumere superpoteri cosmici al quadrato. Al primo posto quello di avere una pazienza smisurata con i clienti, perfino quelli arroganti.

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Ma perché le commesse e i commessi devono godere della nostra stima e del nostro rispetto? Per capire, provate a leggere cosa devono sopportare, soprattutto con il cliente tipo cafoncello.

  1. Quando il cliente tipo cafoncello varca trionfalmente la soglia del negozio è inspiegabilmente rapito dai cartellini che segnalano i capi in saldo. Intorno a sé ha il vuoto cosmico. Attiva i suoi ineguagliabili raggi X e capta i cartellini che hanno uno sconto non inferiore al 50%. Questo tipo di cliente, tanto è impegnato nella sua caccia, che non presta neppure attenzione al fatto che per entrare in negozio ha pestato, in ordine, la coda del cane, il piede della nonna e la gonna lunga della ragazza che ha avuto la sua stessa foga nell’entrare in store. Figuriamoci se sente la vocina della commessa che educatamente saluta qualsiasi persona entri. Il cliente tipo cafoncello ignora qualsiasi codice di saluto. La commessa inizia a conservare e riempire le sue tasche dei primi vaffa. Ma non li distribuisce. È troppo presto.
  2. Vaga che vaga tra abiti scontati, il cliente tipo cafoncello afferra la qualunque, facendo cadere la qualunque. Un Attila che miete vittime. Così, incurante, lascia cadere abiti e co. facendo finta di non vederli e, i più professional in tale pratica, li calpestano anche. La commessa segue la rovinosa scia per raccogliere, piegare e sistemare quello che il cliente scortese non ha avuto l’accortezza di raccogliere. Vuoi mica che gli venga il mal di schiena o, peggio, un colpo apoplettico. La commessa ha già la prima tasca piena di vaffa.
  3. Il cliente tipo cafoncello, non trovando ciò che gli interessa, pensa bene di metter mano anche alla vetrina dove ha trovato la camicia della sua taglia, smontando manichini incurante dello sguardo attento della commessa. Questa, dal canto suo, si limita a fare un sorrisino tirato continuando la sua collezione di vaffa.
  4. cliente poco attento chiede, dalle duecento alle trecento volte se va bene, se il capo in questione è in saldo. Dopo che codesto è stato evidenziato con insegne luminose di ogni sorta, milletrecento cartellini con le percentuali di sconto e fuochi di segnalazione. La commessa paziente conserva in tasca altri vaffa.
  5. Il momento dei camerini è quello più topico. Quello in cui il cliente tipo dà il meglio di sé. Per due ragioni. La prima: non so se ci avete fatto mai caso, ma davanti all’entrata di alcuni camerini, generalmente sulla parete, vi è un aggeggio che, se vi avvicinate troppo con gli abiti che dovete provare, suona. Con una certa insistenza, anche. Bene, fin qui. Dopo che la commessa di turno ragguaglia il gentil cliente di non avvicinarsi troppo altrimenti. …bip bip bip, e dopo che l’ha ripetuto a profusione praticamente a tutti nel raggio di un chilometro, ecco che c’è sempre qualcuno che ha bisogno di ripetizioni. Bip bip bip bip. Altro giro altra corsa. Altri vaffa in saccoccia.La seconda: l’entrata in camerino è quella, se io fossi commessa, che mi manderebbe maggiormente in bestia. Diventerei Hulk. Un po’ bassina. Ma comunque verde. Tu, cliente tipo cafoncello, se vedi il cartello che indica che al massimo puoi provare QUATTRO capi, perché arrivi con tutto il piano inferiore di merce da provare? Allora, con pazienza, la commessa esausta ti raccomanda di provare quattro capi alla volta. QUATTRO. E le tasche ormai sono piene. Tu, cliente tipo cafoncello, entri in camerino, ma solo dopo aver fatto una coda chilometrica perché i gentil clienti come te impiegano tanto tempo nel provare una gonna o un pantalone chiedendo il parere di, nell’ordine, mamma, papà, fratello, fidanzato, vicino di casa, edicolante di fiducia e operaio dell’ autostrada. Provi i tuoi capi e, non soddisfatto della mise, pensi bene di lasciare tutto in camerino su una pila di vestiti che altri clienti educati hanno contribuito a creare. Ma bastava semplicemente leggere il cartello che incitava a riporre, in un angolo dedicato, i vestiti provati e da non acquistare. A questo punto la commessa, viste le sue tasche già strabordanti, deve distribuire i suoi vaffa anche nelle tasche di altre commesse. Ne ha troppi. Quel che è giusto è giusto.
  6. Concludiamo con il non plus ultra. Il momento del pagamento in cassa. Il cliente tipo cafoncello, non soddisfatto del 92,5% di sconto applicato sul capo di suo interesse, chiede se è possibile averne un ulteriore. Così, la commessa, stanca di tutto, in tono laconico, si arrende e libera le sue tasche.

Morale della favola: stima infinita per questa categoria di lavoratori.

Foto e video: Vita da commessa

Alessandra Brancaccio

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Alone sfacciatus

“Chi non muore si rivede” recita un famoso detto. Allo stesso modo, i problemi di noi dedite al litigio costante con le stagioni in fatto di abbigliamento. Così, se durante il mese di marzo e di aprile, abbiamo dovuto risolvere il problema esistenziale di come vestirci per contrastare i cambiamenti repentini in fase mestruale del clima, adesso, nel mese di giugno, siamo tutte d’accordo e coese nel dire di essere consapevoli dello stato in cui verseremo a fine giornata.

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Alessandra Brancaccio

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Consumatrice di té e tisane, incurante delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Lettrice a periodi alterni. Sostenitrice del libero sfogo da caramelle e dolci, Improvvisatrice di fotografie. Amante della moda low cost, dei mercatini e del buon gusto innato.

Io, che in Piazza San Carlo c’ero.

Caro Ignoto,

sono passate oramai 2 settimane da quel terribile sabato sera. Avevo altri programmi, decisamente. Fino alla fine credevo che ce l’avremmo fatta, che avremmo portato a casa quella maledetta coppa dei Campioni, che avremmo aspettato la nostra squadra all’aeroporto di Caselle, che avremmo visto l’alba e, chissà, sarei tornata a casa con un sorriso in più a casa.

Sono tornata oltre l’alba, sì, ma con il terrore negli occhi, due costole rotte e graffi. Alla mano, al ginocchio e nel cuore.

Tu, “Ignoto”, questa non me la dovevi proprio fare. Non so cosa tu sia stato: un petardo, una frase detta al momento sbagliato, una balaustra caduta senza un valido motivo. Irrazionalità, fobia, nonsense.

Sei stato un colpo improvviso, in mezzo alla calca della gente, ai cuori in attesa di un miracolo (sì, perché in quel momento stavamo perdendo amaramente), a chi – come me – parlava di quella serata come Natale. Talmente bella che non volevamo che arrivasse: qualcuno aveva anche fatto delle scommesse: uno spogliarello, un taglio di capelli, un fioretto sul bere. Tu, Ignoto, hai rovinato una serata che anche se fosse andata male ce la saremmo ricordata lo stesso. Perché noi Juventini siamo così: viviamo di attese, di palpiti, di speranze e di “il prossimo anno saremo di nuovo qui e porteremo a casa la vittoria”. Tu, Ignoto, hai voluto che le cose andassero diversamente. Anche se avessimo vinto la Champions, quella sera, ci saremmo ricordati solo di altro. Del sangue, dei cocci di vetro, delle corse al riparo da te, Ignoto.

Non sei solo paura, sei Sconosciuto, sei quella sensazione che solo se la vivi riesci a malapena a descriverla.

Quando mi sono ritrovata improvvisamente per terra, con addosso dei corpi di estranei e la sensazione che stessi perdendo parte del mio corpo, ho pensato davvero di morire. Una manciata di secondi che ti sembrano infiniti, talmente tanto da poter riuscire a formulare la frase “Ok, è arrivato il mio momento, purtroppo”. Posso ringraziare solamente quella persona che mi ha dato la mano e mi ha tirato su se quella sensazione è durata un po’ meno di altri. E poi le corse verso il non so dove, l’entrata in un supermercato per cercare qualcosa con cui poterci guarire, e poi ancora corsa. La chiamata ai genitori che avrebbero potuto vedere qualcosa alla tv e il “Mamma, io sto bene, ho perso papà, spero che non si sia fatto male”. E ancora corsa. Non auguro a nessuno di correre lontano da qualcosa che non conosci.

Sai, Ignoto, in quel momento non ti rendi conto di quante cose non hai ancora fatto o detto. Non ti rendi conto che la vita è davvero un soffio di vento, gelido o caldo che sia, e che debba essere vissuta senza mai pentirsi di nulla. Avrei voluto che me lo facessi capire in un altro modo, sono una sveglia e che capisce in fretta.

Sai, Ignoto, di una cosa, prima di tutto, non riesco a perdonarti. Non importa che mi hai rovinato una serata che poteva diventare magica (sono riuscita anche a ridere durante le lunghe ore di attesa al Pronto Soccorso), non importa che ho perso il mio zaino e tutti i miei averi (di quello non è colpa tua, ma dell’Ignoranza, un’altra bella bestia insieme alla Paura). Non ti perdono della morte di una donna, Erika, che non era neanche una tifosa. Era una come tutti noi: felice di accompagnare il proprio fidanzato a vedere la partita, nonostante avesse altri piani, contenta di fare qualcosa di diverso dal solito, di stare in compagnia e di dire “Io c’ero”. Di quello, Ignoto, dovrai scontare notti insonni, provando la stessa sensazione di quando io ho visto, solo per un attimo, il volto della morte.

Ignoto, però credo che tu, di me, non sappia una cosa.

Che io non mi arrendo. Ah, no.

Un giorno saremo io davanti a te, e vincerò Io. Vincerò quando tornerò in mezzo a una folla a urlare per il mio cantante preferito, per la mia amata Juventus, per una coda interminabile in attesa di un autografo. Non mi rintanerò in casa, ma uscirò. Non convincerò gli altri a starsene nel proprio angolo, li prenderò di peso e li porterò fuori con me. Non dirò più “ho paura”.

Non esiste che vinca tu. NO.

Caro Ignoto, l’anno prossimo vinceremo la Champions. Ed io sarò felice: perché avrò fatto tutto quello che mi sarò prefissata nella mia lista.

Questo post è dedicato a Erika e a tutti quelli che in quella notte erano in piazza, con il cuore in mano e il fiato corto. E che continueranno a sognare, nonostante tutto, per loro stessi e per Erika.

About Emily Grosso

Emily lavora in una società finanziaria, ma passa le pause pranzo in giro per negozi. ll suo armadio segreto scoppia di borse, collane, creatività, voglia di scrivere e di urlare felicità.

#TfbInterviste: il Social Commerce SoCloset

Lo sappiamo, siamo tutte nella stessa barca: un armadio straripante di vestiti e mai niente da mettere per “quell’occasione speciale”, bensì un’infinità di “questo lo metto quando dimagrisco”, qualche “questo tornerà di moda” e gli inevitabili “abiti col cartellino” che sono passati dalla busta del negozio all’armadio e continuano a fissarci da mesi. Noi TFB vi capiamo benissimo, e per questo oggi per la rubrica #TfbInterviste vi facciamo conoscere meglio SoCloset, il progetto di Giulia: una piattaforma per vendita e affitto dei vostri capi abbandonati con le commissioni più basse del web.

Ma non vi spoileriamo altro, buona lettura!

socloset schermata sito shop online

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About Gemma Contini

Sarda di nascita ma torinese di adozione. Informatica amante del low cost. Portatrice sana di pazienza solo quando girovaga per negozi e mercatini. E’ fermamente convinta che il buongusto e il buonsenso possano salvare il mondo.

Salone del Libro di Torino: una 30esima edizione oltre ogni confine!

Si è chiusa da pochissimo la 30esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dopo giorni (o per meglio dire, mesi) di panico e frecciate amare con la vicina Milano. L’avrete letto ovunque, ma penso sia giusto ribadirlo (da sabauda patriottica quale sono): abbiamo spaccato tutto!

Salone Internazionale del Libro Torino 2017 30esima edizione Gipi Oltre il Confine

Questo Salone del Libro è stato un successo enorme, un successo che va davvero “Oltre il confine”, come recita il tema dell’ultima edizione 2017. Adesso però, voglio mettere da parte gli slogan da rotocalco e raccontarvi il mio Salone, quello vissuto in veste di staff di coordinamento di questa manifestazione smisurata. Io ero rinchiusa nel Padiglione 5, quello dedicato all’area del Bookstock Village, dedicato a bambini e ragazzi con tanti incontri, laboratori, eventi e, ovviamente, libri. Il mio compito era semplice, ma solo a parole: far funzionare tutto all’interno del padiglione e coordinare 270 ragazzini volontari delle superiori.

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About Elisa Raimondo

Architetta ossessionata dal perfezionismo e affetta da organizzazione compulsiva. La sua vita è un incastro di impegni e passioni: tra scout, India, canto e, ovviamente, moda, si ritrova sempre a correre per Torino. “5 minuti e arrivo!”

Il fascino poco segreto del baffo

Alzi la mano chi, al semaforo rosso, non ha mai volto lo sguardo allo specchietto della propria auto e ne sia rimasta pietrificata e inorridita nel vedere un peletto nero (o bianco, a prova di infarto) spuntare come la spina di un cactus sul mento. Io la alzo. Anzi, alzo entrambe le mani. E anche una gamba. Due gambe, se sono allenata e seduta. La abbassi, gentilmente, chi ha fatto questa scoperta durante la guida. La sicurezza prima di tutto. E cosa succede dopo? Nella migliore delle ipotesi, dopo che il verde del semaforo ci ha riportato alla dura realtà, iniziamo a realizzare che, a meno che la nostra borsa non sia fornita quanto quella di una estetista, dobbiamo assolutamente correre ai ripari magari senza l’utilizzo delle pinzette. Ce ne facciamo una ragione.

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Le più fortunate (o le più organizzate) troveranno, quasi per magia, un paio di pinzette nel cruscotto. Poco importa se sono arrugginite. Meglio un’infezione che girare con quel coso sul mento.

Le meno organizzate, invece, cercheranno di ingegnarsi pensando ai diversi modi per passare inosservate e nascondere il simbolo della vergogna. Ma poi, diciamocelo, chi possiede una vista così bionica, quasi da far invidia al miglior supereroe della Marvel, tale da notare a mille miglia di distanza il nostro peletto? Eppure noi siamo convinte che tutti lo noteranno, anche il lavavetri appeso alle finestre di quel palazzo al quindicesimo piano. E che diffonderà la notizia con la stessa rapidità con la quale i bacilli dell’influenza si diffondono nell’aria.

Credits: linnguaggidellarte.altervista.org

Dicevamo, se non siamo riuscite a trovare una pinzetta, (neanche la nostra vicina di scrivania sembra possederne una vista la coroncina pelosetta che orgogliosamente fa capolino dal suo labbro superiore) pensiamo che sia giunta ora di mettere in pratica i numerosi consigli imparati dalle puntate di Macgyver. Se ci riesce lui, possiamo farcela anche noi, pensiamo senza tener minimamente conto di quella cosa chiamata “effetti speciali”. Andiamo quindi alla ricerca dei più disparati oggetti per costruire una pinzetta di salvataggio. Rischiando di scartavetrarci metà viso e di cancellare i dermatoglifi delle falangi delle dita delle nostre mani con i rudimentali strumenti trovati nei cassetti della nostra scrivania. Non ci azzardiamo neppure a ravanare in quelli della nostra vicina. Abbiamo già appurato che i baffetti sono l’ultimo dei suoi problemi. Tuttavia, accertato il fallimentare esito della nostra prova di sopravvivenza o di coraggio qual dir si voglia, degna di quelle dell’Isola dei Famosi in trasferta a Barletta, dobbiamo ammettere con grande rammarico che Macgyver ha vinto e noi abbiamo perso. Forse è meglio rivedere con maggiore attenzione le puntate. Basta, quindi, con La signora in giallo che ormai abbiamo imparato a menadito. Ridateci Macgyver!

Il passo successivo è, pertanto, arrendersi alla realtà e sperare che nessuno ci noti in quella che, forse esageratamente, ci sembra una giornata interminabile. Inizia, a questo punto, la messa in pratica delle più assurde scuse in modo da evitare che qualcuno possa anche solo posare il proprio sguardo sul coso incriminato. Ma ecco che una serie di tragedie è lì ad attenderci a braccia aperte. Altro che venerdì 17. Ci fa un baffo! (Giusto per rimanere in tema). Il collega bello ci invita, per la prima volta (chiamasi questa sfortuna) a” sgranocchiare qualcosa con lui” (sue parole) nella pausa pranzo. In qualsiasi altro giorno non ci saremo mai e poi mai azzardate a declinare un suo invito. Siamo timide ma non stupide. Uno scarafaggio, ma non ne sono completamente convinta, forse l’avrebbe fatto. Noi no. Eppure, a causa del coso, anche noi diventiamo scarafaggio e additiamo come scusa che la nostra pianta è sul punto di morte e che non possiamo esimerci da fare un salto a casa durante la pausa per bagnarla. Lui, bello ma non stupido, si guarderà bene dal farci un altro invito. #Mannaggia.

È poi il turno del cliente che è da due mesi che ha fissato con noi un appuntamento. Proviamo a fingere, per una buona mezzora, una dissenteria fulminante. Di quelle che si salvi chi può: il bagno è mio. E il bagno, difatti, diventa il nostro rifugio. Ma, per l’appunto, per poco, visto che siamo richiamate a ricomporci e a inghiottire un Imodium, il quale prendiamo senza fare una piega, sperando che non abbia su di noi effetti devastanti. Vuoi mica fare vedere che è da una settimana che il tuo intestino ha deciso di andare in letargo. E, per concludere in bellezza, passa in ufficio, con la stessa probabilità che avresti avuto di incontrare Brad Pitt al supermercato sfigatello sotto casa, una rappresentante Avon (la quale scopri poi che è stata chiamata dalla tua vicina di scrivania in pausa pranzo, alla faccia della non curanza dei peletti e co.) che le illustra alcuni prodotti per la depilazione e ti rivolge uno sguardo che più disprezzo non potevi ricevere. Uno schiaffo avrebbe fatto meno male.

E tu, che ormai ne hai avuto abbastanza, ti volti verso di lei e le dici “Donna baffuta sempre piaciuta!”.

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Alessandra Brancaccio

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